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Roberto Saviano è un caro ragazzo, dico sul serio. D’accordo, sciorina fiumi di parole, parole e parole, tenere alta l’attenzione non è facile. Vi dico la verità: spesso mi annoia, proprio non riesco a seguirlo. Del resto, anche il suo libro, unico libro, Gomorra, leggerlo fino alla fine è un esercizio di resistenza sovrumana. Quando arrivi alla fine, capisci che la mafia esiste, e lui, il guru dell’anticamorra, te lo racconta come pochi. Non una prosa che spicchi per fluidità e armonia, ma per dovizia di dettaglio e circostanza.
Il programma Quello che (non) ho assomiglia ai suoi conduttori, e non poteva che essere così. La prima puntata l’ho seguita per intero, alla seconda mi sono arresa subito. Il mondo diviso in bianco e nero, buoni e cattivi, dove ovviamente Fazio e Saviano sono l’incarnazione del giusto, del buono e del morale. Chi da loro si discosta è ingiusto, cattivo e immorale. Così, tra una battuta sulla ricrescita dei capelli dell’ex premier Berlusconi e l’aureo auspicio del “Mai più vorremmo sentire la parola burlesque” (?), va in scena il festival bonario dei luoghi comuni e delle banalità. (continua…)

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